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Archivio del mese di Giugno, 2007

PER GRAVE COLPA DEL SINDACO EMILIO BOTTA E DELLL’ASSESSORE MARIO CLERICI IL COMUNE DICE SI ALLA DISTRUZIONE DEL BOSCO

Giugno 30th, 2007 by Rocco


COLLABORA CON NOI PER FARE DI LURATE CACCIVIO UNA CITTA’ LIBERA DAI SEMINATORI DI MENZOGNE! (Il delegato di FORZA ITALIA, Rocco Palamara)

VIA LA GIUNTA BOTTA COMUNISTA DEGLI AUMENTATORI DI TASSE (rifiuti,ecc.)) DEI POSATORI DI ANTENNE INQUINANTI,DEGLI SPENDACCIONI E DEGLI SPRECONI ( sprechi di miliardi di lire : svendita dell’ex Asilo Nido), DEI DISTRUTTORI della nuova scuola elementare di Lurate, già appaltata, ecc.)!

LA GIUNTA BOTTA COMUNISTA HA MESSO IN GINOCCHIO IL PAESE CON PIU’ TASSE,PIU’ ANTENNE INQUINANTI,PIU’ DEBITI E PIU’ SPRECHI DI MILIARDI DI LIRE!

LURATE CACCIVIO, RIALZATI!

LA MINORANZA: « IL SINDACO EMILIO BOTTA E L’ASSESSORE MARIO CLERICI SONO CORRESPONSABILI DEL DISASTRO AMBIENTALE DEL BOSCO MONTE SINAI”.

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COPPIE FAMOSE DI COMICI

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LA COPPIA DI DURA CERVICE!!!

Assessore ai Lavori Pubblici e Sindaco  di dura cervice,
del bosco Monte Sinai siete il motore della ruspa devastatrice!
Perchè di ogni male comunale siete il cuore e la mente pensante ed esecutrice?

Non ce la fate a coprire i vostri disastri con la più accecante vernice.
Voi, non ascoltate e offendete chi queste cose vere in faccia ve le dice!
Per le vostre scelte e promesse tradite* la gente è infelice!

Noi condanniamo gli impostori e la loro furbizia falsificatrice!
Voi,non pensate di essere  il Re e la regina o il Podestà e il suo Vice !
Perché del mal fare e del disfare la vostra anima gode ed è felice?

Nelle menzogne dei furbetti crede solo chi ha il cervello di pernice.
Noi abbiamo fiducia solo nella volontà popolare dei vostri torti vendicatrice!
Il vostro meritato ritorno a casa sarà la nostra gran Festa Liberatrice!

PROMESSE TRADITE DALLA GIUNTA BOTTA:*Nuova Scuola Elementare di Via Umberto I°, Nuova Caserma dei Carabinieri,Nuova Posta , Nuova sede della Croce Rossa e così via da promesse tradite in pessime scelte fatte.

Autore: Rocco Palamara Lurate Caccivio,26 giugno 2007

Per farsi fischiare
fa tanto bordello

un Re Travicello?

Un tronco piallato
avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
oppur ci minchiona:

sia dato lo sfratto
al Re mentecatto,
si mandi in appello
il Re Travicello».

Tacete, tacete;
lasciate il reame,
o bestie che siete,
a un Re di legname.

(Giuseppe Giusti, il Re Travicello)

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RASSEGNA STAMPA

LURATE CACCIVIO (m. cl.) «Politicamente non siamo d’accordo con il rilascio del permesso di costruire. Ma gli uffici sono indipendenti, si attengono alle norme e leggi e, di fronte alla sentenza del Tar che ha imposto la concessione del permesso, non è stato possibile fare diversamente». Così il sindaco Emilio Botta, che ha aggiunto: «La causa di tutto è la Provincia che ha autorizzato l’intervento senza nemmeno interpellare il Comune. Se la Provincia desse l’indirizzo politico di non fare riempimenti nei boschi e prati si eviterebbero situazioni simili». L’assessore Mario Clerici ha aggiunto: «il Comune nelle sue potestà ha solo quella di imporre prescrizioni che tendano a salvaguardare alcuni aspetti che gli competono in base alla normativa urbanistica. Non può dare un diniego, a meno che la Provincia non riveda la sua autorizzazione. Il parere favorevole espresso dalla commissione edilizia non è stato vincolante. Il punto di forza di chi ha proposto l’intervento è l’avere ottenuto il permesso della Provincia; se si modifica questo punto di partenza si può evitare l’intervento. È su questo aspetto che dobbiamo far convergere i nostri sforzi, senza distinzioni politiche, se l’obiettivo è davvero scongiurare il riempimento delle vallette».
  

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Minoranze critiche: «Il permesso di costruire è di competenza del Comune ha osservato Rocco Palamara - La maggioranza non può scaricare tutte le responsabilità sulla Provincia, che pure ha sbagliato a rilasciare le autorizzazioni. Si sarebbe dovuto ricorrere immediatamente contro Villa Saporiti». «Il parere favorevole espresso dalla commissione edilizia è stato un errore ? ha sottolineato Fernando Lamorgese ? La variante al piano regolatore per impedire interventi tipo riempimenti nelle aree del Parco sorgenti del Lura andava approvata tempo fa, non adesso, peraltro cinque giorni dopo il rilascio del permesso di costruire. Sarebbe bastato adottarla prima della concessione del permesso per recepirla nelle more; ci saremmo assunti la responsabilità di pagare eventuali danni, ma avremmo avuto chance di salvare il bosco». «Io avrei modificato subito le norme tecniche, fatto un progetto esecutivo e proceduto all’esproprio del bosco per realizzarvi un parco o un percorso vita ? ha ribadito Palamara - Si continua a fare dopo quello che andava fatto prima».(Fonte: La Provincia del 28 giugno 2007)
Sindaco Botta,non continuare a raccontare favole! Non crediamo alle tue fantasiose parole “in libertà”! Tu ancora una volta hai dimostrato di non sapere amministrare il nostro Comune.Ti chiediamo quindi di dimetterti per i tuoi numerosi disastri amministrativi.(Rocco)
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Tar e Consiglio di Stato hanno respinto la richiesta di sospensiva del progetto presentata dal comune I giudici non fermano il riempimento delle «cento cunette»

LURATE CACCIVIO(m. cl.) Tar e Consiglio di Stato non fermano il riempimento delle vallette del bosco delle cento cunette, in località «Benedetta - La Torretta». Il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva, presentata dall’amministrazione comunale sul pronunciamento del Tar avverso al Comune, che di fatto obbligava l’Ente locale a provvedere al rilascio del permesso di costruire, a suo tempo negato. Pollice verso, per la parte pubblica, anche dal Tar: la quarta sezione del tribunale amministrativo della Lombardia ha dichiarato inammissibile l’istanza di sospensiva inoltrata dal Comune nel procedimento relativo alla domanda di revisione delle autorizzazioni della Provincia. «Una vittoria su tutta la linea» a giudizio dell’architetto Ambrogio Bernasconi, progettista della società Alba srl, proprietaria dell’area boschiva in questione. «Allo stato non ci sono altre domande cautelari pendenti. Anche il pronunciamento del Consiglio di Stato e l’ultima sentenza del Tar confermano che, dal punto di vista legale, quanto finora fatto dalla società e dall’amministrazione provinciale è stato corretto ? commenta Ambrogio Bernasconi ? Dopo le ferie si vedrà come procedere». Improbabile, per quanto non impossibile, un ripensamento della società sul riempimento delle vallette: «Non si sarebbe fatto tutto quanto è stato fatto, anche per via legale, se l’intenzione fosse soprassedere rispetto al progetto prospettato. Di certo c’è che, sotto il profilo tecnico, avevamo ragione fin dall’inizio. Se dal punto di vista politico, il Comune metterà in condizione la proprietà di fare qualcosa di alternativo, la società valuterà e deciderà se rinunciare al riempimento. Al momento, però, sembra che il Comune stesse solo aspettando di conoscere gli sviluppi della vicenda dal punto di vista legale». Una vittoria parziale, almeno al Consiglio di Stato, secondo l’assessore Mario Clerici: «Il Consiglio di Stato non si è ancora espresso nel merito del ricorso sul contenuto della sentenza del Tar del gennaio scorso. Nell’ordinanza in cui rigetta l’istanza cautelare, lascia aperto uno spiraglio. Si riserva di emettere in seguito il giudizio di merito, asserendo che le motivazioni del ricorrente presentano alcuni aspetti meritevoli di essere approfonditi e valutati». L’ordinanza del Consiglio di Stato arriva quando ormai è in fase di rilascio il permesso di costruire, concesso in virtù della sentenza del Tar che obbligava l’Ente locale a provvedere. La sospensiva era stata richiesta proprio per evitare che si costituissero condizioni che poi non rendessero più possibile una modifica. «L’ordinanza concede al nostro Comune un’apertura di credito ? aggiunge Clerici - Il Consiglio di Stato, se dovesse ravvisare tutti gli elementi validi nel ricorso, potrebbe annullare la sentenza del Tar che obbligava il Comune al rilascio del permesso».(Fonte:La Provincia di Como del 29 luglio 2007)

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Dante Alighieri - Divina Commedia Inferno - Canto trentesimo

I falsari di parola: la moglie di Putifarre e Sinone - vv. 91-99

A questo punto Dante chiede chi siano i due dannati che si appoggiano su Mastro Adamo alla destra. Egli risponde che erano qui da prima che lui piovesse in questa bolgia e che una è colei che accusò Giuseppe (la moglie di Putifarre, personaggio biblico), mentre l’altro è Sinone, il greco che imbrogliò i Troiani per far loro accettare il Cavallo di Troia. Essi sono due bugiardi, due falsari di parola e stupisce la commistione di questo canto, dove un personaggio contemporaneo, uno biblico e uno mitologico-letterario sono affiancati e due di essi (Sinone e Mastro Adamo) interagiranno tra di loro di li a poco.

La pena di questi due bugiardi è il subire fortissime febbri, che gli fanno fumare il vapore attorno come man bagnate d’inverno. In contrappasso anche in questo caso non è stato possibile chiarirlo esattamente. Mastro Adamo dice anche che essi emettono “leppo” cioè puzza.

CANTO XXX DELL’INFERNO DI DANTE

E io a lui: “Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ‘l verno, 93

giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”.
“Qui li trovai - e poi volta non dierno -”,
rispuose, “quando piovvi in questo greppo, 96

e non credo che dieno in sempiterno.
L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
l’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia: 99

per febbre aguta gittan tanto leppo”.
E l’un di lor, che si recò a noia
forse d’esser nomato sì oscuro, 102

col pugno li percosse l’epa croia.
Quella sonò come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto 105

col braccio suo, che non parve men duro,
dicendo a lui: “Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi, 108

ho io il braccio a tal mestiere sciolto”.
Ond’ei rispuose: “Quando tu andavi
al fuoco, non l’avei tu così presto; 111

ma sì e più l’avei quando coniavi”.
E l’idropico: “Tu di’ ver di questo:
ma tu non fosti sì ver testimonio 114

là ‘ve del ver fosti a Troia richesto”.
“S’io dissi falso, e tu falsasti il conio”,
disse Sinon; “e son qui per un fallo, 117

e tu per più ch’alcun altro demonio!”.
“Ricorditi, spergiuro, del cavallo”,
rispuose quel ch’avëa infiata l’epa; 120

“e sieti reo che tutto il mondo sallo!”.
“E te sia rea la sete onde ti crepa”,
disse ‘l Greco, “la lingua, e l’acqua marcia 123

che ‘l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!”.
Allora il monetier: “Così si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole; 126

ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
tu hai l’arsura e ‘l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso, 129

non vorresti a ‘nvitar molte parole”.
Ad ascoltarli er’io del tutto fisso,
quando ‘l maestro mi disse: “Or pur mira, 132

che per poco che teco non mi risso!”.
Quand’io ‘l senti’ a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna, 135

ch’ancor per la memoria mi si gira.

I BARATTIERI,Canto XXI dell’Inferno di Dante

Il dannato di cui parlava poco fa è Frate Gomita, gallurese, ricettacolo (vasel) di ogni frode, che trattò i nemici del suo signore (suo donno, ricalcato sul sardo che usa come articolo determinativo “su”) in maniera che ognuno ne ebbe profitto (lui e loro, intende: prese i soldi e li lasciò liberi; ma anche negli altri offici fu un barattiere, “non picciol, ma sovrano”. Con lui c’è Michele Zanche del Logudoro, e le loro due lingue non si stancano mai di parlare della Sardegna.

Siamo in Malebolge, per la precisione nella quinta bolgia dove sono puniti i barattieri, cioè tutti quegli uomini che hanno tratto benefici illeciti dai loro incarichi pubblici. Oggi parleremmo di corruzione, concussione, peculato, interesse privato. Dante proviene dalla bolgia degli indovini e, prima ancora, da quella dei simoniaci che, commerciando in cose sacre, sarebbero un po’ i barattieri della Chiesa. Il ludo di cui parla Dante è lo spettacolo dei barattieri, delle pene che subiscono, dei demoni che le infliggono. Costruzione tutta letteraria e morale, di taglio dunque tragico. Non siamo certo nel clima giocoso della beffa e della costruzione -tra realtà e creazione di un mondo fittizio- in cui sempre è riconoscibile il multiforme porsi dell’umana intelligenza, autentico e unico motore della storia. Questa sarà la felicità narrativa di Boccaccio.

Inferno, Canto XXI

Così di ponte in ponte, altro parlando

che la mia comedìa cantar non cura,

3 venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando

restammo per veder l’altra fessura

di Malebolge e li altri pianti vani;

6 e vidila mirabilmente oscura.

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani

bolle l’inverno la tenace pece

9 a rimpalmare i legni lor non sani,

ché navicar non ponno - in quella vece

chi fa suo legno novo e chi ristoppa

12 le coste a quel che più vïaggi fece;

chi ribatte da proda e chi da poppa;

altri fa remi e altri volge sarte;

15 chi terzeruolo e artimon rintoppa -:

tal, non per foco ma per divin’arte,

bollia là giuso una pegola spessa,

18 che ’nviscava la ripa d’ogne parte.

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa

mai che le bolle che ’l bollor levava,

21 e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mentr’io là giù fisamente mirava,

lo duca mio, dicendo “Guarda, guarda!”,

24 mi trasse a sé del loco dov’io stava.

Allor mi volsi come l’uom cui tarda

di veder quel che li convien fuggire

27 e cui paura sùbita sgagliarda,

che, per veder, non indugia ’l partire:

e vidi dietro a noi un diavol nero

30 correndo su per lo scoglio venire.

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!

e quanto mi parea ne l’atto acerbo,

33 con l’ali aperte e sovra i piè leggero!

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,

carcava un peccator con ambo l’anche,

36 e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.

Del nostro ponte disse: “O Malebranche,

ecco un de li anzïan di Santa Zita!

39 Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

a quella terra, che n’è ben fornita:

ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;

42 del no, per li denar, vi si fa ita”.

Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro

si volse; e mai non fu mastino sciolto

45 con tanta fretta a seguitar lo furo.

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;

ma i demon che del ponte avean coperchio,

48 gridar: “Qui non ha loco il Santo Volto!

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!

Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,

51 non far sopra la pegola soverchio”.

Poi l’addentar con più di cento raffi,

disser: “Coverto convien che qui balli,

54 sì che, se puoi, nascosamente accaffi”.

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli

fanno attuffare in mezzo la caldaia

57 la carne con li uncin, perché non galli.

Lo buon maestro “Acciò che non si paia

che tu ci sia”, mi disse, “giù t’acquatta

60 dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;

e per nulla offension che mi sia fatta,

non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,

63 perch’altra volta fui a tal baratta”.

Poscia passò di là dal co del ponte;

e com’el giunse in su la ripa sesta,

66 mestier li fu d’aver sicura fronte.

Con quel furore e con quella tempesta

ch’escono i cani a dosso al poverello

69 che di sùbito chiede ove s’arresta,

usciron quei di sotto al ponticello,

e volser contra lui tutt’i runcigli;

72 ma el gridò: “Nessun di voi sia fello!

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,

traggasi avante l’un di voi che m’oda,

75 e poi d’arruncigliarmi si consigli”.

Tutti gridaron: “Vada Malacoda!”;

per ch’un si mosse - e li altri stetter fermi -

78 e venne a lui dicendo: “Che li approda?”.

“Credi tu, Malacoda, qui vedermi

esser venuto”, disse ’l mio maestro,

81 “sicuro già da tutti vostri schermi,

sanza voler divino e fato destro?

Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto

84 ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro”.

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,

ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,

87 e disse a li altri: “Omai non sia feruto”.

E ’l duca mio a me: “O tu che siedi

tra li scheggion del ponte quatto quatto,

90 sicuramente omai a me ti riedi”.

Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto;

e i diavoli si fecer tutti avanti,

93 sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;

così vid’ïo già temer li fanti

ch’uscivan patteggiati di Caprona,

96 veggendo sé tra nemici cotanti.

I’ m’accostai con tutta la persona

lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi

99 da la sembianza lor ch’era non buona.

Ei chinavan li raffi e “Vuo’ che ’l tocchi”,

diceva l’un con l’altro, “in sul groppone?”.

102 E rispondien: “Sì, fa che gliel’accocchi”.

Ma quel demonio che tenea sermone

col duca mio, si volse tutto presto

105 e disse: “Posa, posa, Scarmiglione!”.

Poi disse a noi: “Più oltre andar per questo

iscoglio non si può, però che giace

108 tutto spezzato al fondo l’arco sesto.

E se l’andare avante pur vi piace,

andatevene su per questa grotta;

111 presso è un altro scoglio che via face.

Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta,

mille dugento con sessanta sei

114 anni compié che qui la via fu rotta.

Io mando verso là di questi miei

a riguardar s’alcun se ne sciorina;

117 gite con lor, che non saranno rei”.

“Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina”,

cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo;

120 e Barbariccia guidi la decina.

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,

Cirïatto sannuto e Graffiacane

123 e Farfarello e Rubicante pazzo.

Cercate ’ntorno le boglienti pane;

costor sian salvi infino a l’altro scheggio

126 che tutto intero va sovra le tane”.

“Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?”,

diss’io, “deh, sanza scorta andianci soli,

129 se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.

Se tu se’ sì accorto come suoli,

non vedi tu ch’e’ digrignan li denti

132 e con le ciglia ne minaccian duoli?”.

Ed elli a me: “Non vo’ che tu paventi;

lasciali digrignar pur a lor senno,

135 ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti”.

Per l’argine sinistro volta dienno;

ma prima avea ciascun la lingua stretta

138 coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta.
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